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Galleria d’arte Il Cannocchiale  Lunedì 20 ottobre 1969

 

Presentando Livio Rosignano nel maggio dell’anno scorso, in questa stessa sede, avevano cercato di delineare la storia di un artista che crede ancora nei valori della pittura e di lui avevano sottolineato la dirittura morale, il cosciente e insistente senso della disciplina necessaria per sfuggire alla genericità, la tensione poetica e il fermo attaccamento alla enucleazione di un rapporto meditato con le cose del mondo e della vita..

Oggi Rosignano compare di nuovo di fronte al pubblico milanese e lo fa con opere sottilmente tese, che non denunciano una svolta improvvisa, come purtroppo spesso accade a tanti giovani artisti contemporanei, ma che definiscono invece la sua personalità discreta e riflessiva.

Nel periodo precedente si potevano osservare certe sue intemperanze, sciabolate di colore, colature, raggrumi, una volontà di uscire da reminiscenze postimpressionistiche e da anteriori abbandoni a una pittura evanescente, quasi nebulosa, di ambienti cupi e depressi.

Il lavoro a spatola, più di gesto che di consistenza, facilita infatti certi effetti, rende più appariscente in apparenza la pittura. Il pennello, al contrario, porta alla meditazione. La giusta opposizione dei colori, la ricerca dei rapporti fra essi – che non può mai essere casuale – consente un approfondimento reale della ragione pittorica.

Rosignano è oggi effettivamente in questa condizione. E, pur essendo la sua arte di natura strettamente e profondamente veneta, la sua cultura e le sue preferenze si muovono in qualche modo nell’ambito delle ricerche e della moralità di un Mafai o di un Moranti. Si guardi il “Nudo sul divano”, dove il discorso pittorico è portato alla massima tensione e, ancora, ai paesaggi del Carso e a qualche natura morta. Dovunque respira un profondo silenzio, come un vuoto d’aria, nel quale d’improvviso s’accende lo squillo di un rosso, che dà il registro del quadro, dell’architettura sempre impeccabile, senza mai uno squilibrio, una caduta.

Garibaldo Marussi.

Trieste 1968

Galleria Torbandena


Che la pittura di Rosignano sia di estrazione veneta appare indubbio fino dal primo colpo d’occhio, ma è altrettanto indubbio che egli, con intelligenza e con sottile intuito ha saputo incorporarvi accezioni di altra estrazione, modificando la matrice originaria, che pur sempre sussiste, ma che si arricchisce non soltanto di flessioni colte, bensì di forza, di incisività, di potenza espressiva.

E’ sufficiente osservare il suo percorso di artista per rendersene conto esatto. Dal primo periodo giovanile, costituito da affocati ricorsi a un colore espressionistico, vagamente memore di una certa lezione francese, a quello più quieto, controllato, volontariamente dimesso dei “caffeucci…della città inquieta”, delle osterie di periferia, delle case dei pescatori ( perché Rosignano non può fare a meno di rifarsi sul vivo, di penetrare fra la gente con una sua bella inclinazione al racconto) fino al momento attuale, così decantato e puro, la condotta è sempre la stessa, intendo il filo della memoria e la struttura dell’impianto.

E pur dominando egli con bella bravura la materia, trapela tuttavia dal cotesto quella sua onesta interna lotta fra l’impulso istintivo alla naPer raggiungere tale conquista il periodo pittorico di Rosignano, smorzato dai mezzi toni, dalla fumosità degli ambienti, da quel suo apparentarsi a una parallela ricerca letteraria, ha costituito una tappa non soltanto di ricerca, ma necessaria ai fini degli sviluppi futuri. E’ stato una specie di narcotico che il pittore si è imposto, una stupenda parentesi di sogno. rrazione e la volontà di penetrare più a fondo nella pittura.

Gli uomini nei caffè, di questo periodo, le donne e gli ubriachi nelle osterie, perduti dentro un’aura fumosa, sono qualche cosa di più di fantasmi della memoria,sono  presenze di una Trieste inerte e abbandonata, sono denunce di un mondo che non ha ancora dimenticato il passato e che non sa proiettarsi nell’avvenire.

Ma ecco, d’improvviso, riaccendersi il colore (è il 1966), che segna non un ritorno al colorismo acceso del periodo giovanile, bensì la presa di posizione cosciente di fronte a una realtà, che il pittore rappresenta quasi a sciabolate, con tagli decisi, con contorni marcati, dove la decantazione del sentimento avviene per merito della composizione che penetra in profondità ed è percorsa da un ritmo meditato, per niente estroso o casuale. Si guardi a quella specie di rottura costituita dall’opera “Sogno”, con quella figura decisa, che par uscire dal magma dell’indefinibile, per farsi concreta, misteriosa e spirituale. E si osservino tutti i belli “Interno nello studio”, nei quali, senza golosità e soprattutto senza compiacimento, si conclude e si distende la sua carriera di pittore. Almeno fino a questo momento.

Garibaldo Marussi.



Trieste 1968 Galleria Torbandena

Che la pittura di Rosignano sia di estrazione veneta appare indubbio fino dal primo colpo d’occhio, ma è altrettanto indubbio che egli, con intelligenza e con sottile intuito ha saputo incorporarvi accezioni di altra estrazione, modificando la matrice originaria, che pur sempre sussiste, ma che si arricchisce non soltanto di flessioni colte, bensì di forza, di incisività, di potenza espressiva. E’ sufficiente osservare il suo percorso di artista per rendersene conto esatto. Dal primo periodo giovanile, costituito da affocati ricorsi a un colore espressionistico, vagamente memore di una certa lezione francese, a quello più quieto, controllato, volontariamente dimesso dei “caffeucci…della città inquieta”, delle osterie di periferia, delle case dei pescatori ( perché Rosignano non può fare a meno di rifarsi sul vivo, di penetrare fra la gente con una sua bella inclinazione al racconto) fino al momento attuale, così decantato e puro, la condotta è sempre la stessa, intendo il filo della memoria e la struttura dell’impianto.

E pur dominando egli con bella bravura la materia, trapela tuttavia dal cotesto quella sua onesta interna lotta fra l’impulso istintivo alla narrazione e la volontà di penetrare più a fondo nella pittura. Per raggiungere tale conquista il periodo pittorico di Rosignano, smorzato dai mezzi toni, dalla fumosità degli ambienti, da quel suo apparentarsi a una parallela ricerca letteraria, ha costituito una tappa non soltanto di ricerca, ma necessaria ai fini degli sviluppi futuri. E’ stato una specie di narcotico che il pittore si è imposto, una stupenda parentesi di sogno. Gli uomini nei caffè, di questo periodo, le donne e gli ubriachi nelle osterie, perduti dentro un’aura fumosa, sono qualche cosa di più di fantasmi della memoria, sono presenze di una Trieste inerte e abbandonata, sono denunce di un mondo che non ha ancora dimenticato il passato e che non sa proiettarsi nell’avvenire. Ma ecco, d’improvviso, riaccendersi il colore (è il 1966), che segna non un ritorno al colorismo acceso del periodo giovanile, bensì la presa di posizione cosciente di fronte a una realtà, che il pittore rappresenta quasi a sciabolate, con tagli decisi, con contorni marcati, dove la decantazione del sentimento avviene per merito della composizione che penetra in profondità ed è percorsa da un ritmo meditato, per niente estroso o casuale. Si guardi a quella specie di rottura costituita dall’opera “Sogno”, con quella figura decisa, che par uscire dal magma dell’indefinibile, per farsi concreta, misteriosa e spirituale. E si osservino tutti i belli “Interno nello studio”, nei quali, senza golosità e soprattutto senza compiacimento, si conclude e si distende la sua carriera di pittore. Almeno fino a questo momento.

Garibaldo Marussi.


E pur dominando egli con bella bravura la materia, trapela tuttavia dal cotesto quella sua onesta interna lotta fra l’impulso istintivo alla narrazione e la volontà di penetrare più a fondo nella pittura. Per raggiungere tale conquista il periodo pittorico di Rosignano, smorzato dai mezzi toni, dalla fumosità degli ambienti, da quel suo apparentarsi a una parallela ricerca letteraria, ha costituito una tappa non soltanto di ricerca, ma necessaria ai fini degli sviluppi futuri. E’ stato una specie di narcotico che il pittore si è imposto, una stupenda parentesi di sogno. Gli uomini nei caffè, di questo periodo, le donne e gli ubriachi nelle osterie, perduti dentro un’aura fumosa, sono qualche cosa di più di fantasmi della memoria, sono presenze di una Trieste inerte e abbandonata, sono denunce di un mondo che non ha ancora dimenticato il passato e che non sa proiettarsi nell’avvenire. Ma ecco, d’improvviso, riaccendersi il colore (è il 1966), che segna non un ritorno al colorismo acceso del periodo giovanile, bensì la presa di posizione cosciente di fronte a una realtà, che il pittore rappresenta quasi a sciabolate, con tagli decisi, con contorni marcati, dove la decantazione del sentimento avviene per merito della composizione che penetra in profondità ed è percorsa da un ritmo meditato, per niente estroso o casuale. Si guardi a quella specie di rottura costituita dall’opera “Sogno”, con quella figura decisa, che par uscire dal magma dell’indefinibile, per farsi concreta, misteriosa e spirituale. E si osservino tutti i belli “Interno nello studio”, nei quali, senza golosità e soprattutto senza compiacimento, si conclude e si distende la sua carriera di pittore. Almeno fino a questo momento.

Garibaldo Marussi.

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