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Giorgio Negrelli

 

Lascio talvolta passare molto tempo senza farmi vivo con Livio Rosignano, benché gli sia sinceramente amico: forse sa però, o immagina, che il mio colloquio con lui non s’interrompe per questo. Non si è mai interrotto da quando per la prima volta (sono passati quasi quarant’anni) ho appeso opere sue alle pareti. Se guardo i suoi oli, disegni, acqueforti, il colloquio riprende. Anche di notte, in certi casi d’inquietudine e insonnia, in quei momenti difficili che capitano e decidono di durare: non è solo una voce amica - e di un amico – ma un coinvolgente invito alla ricerca interiore, sull’onda di pensieri, ricordi, fantasticherie, di considerazioni tante che quei tratti, quelle figure, quegli sfondi suggeriscono o inavvertitamente sollecitano portando il pensiero lontano, verso luoghi dell’anima più tranquilli, pregni di nostalgia o di speranza. In quell’occasione mi rispecchio e, probabilmente, m’immedesimo con quanto vi è rappresentato e forse pure gli rassomiglio: non importa se si tratta di un uomo, di una giacca posata su una sedia, o di un Carso spazzato dal vento, perché là c’è vita e in quella mi ritrovo. Ne sento il respiro.

In Rosignano io non vedo il poeta dei diseredati, dei vinti, degli emarginati: vi vedo piuttosto quello che sa della fatica del vivere e perciò pure del piacere della pausa giocosa, del momento di quiete, di quello della riflessione; che accetta le regole, conosce l’impegno severo, ma anche il gusto ribelle e ironico della trasgressione; quello che incontra il dolore, la perdita, l’abbandono ma proprio per questo guarda oltre, assorto, e attende, perché sa o spera che, dopo, ci sarà ancora o di nuovo almeno uno spicchio di felicità. Questa non può essere sparita così d’un tratto, sta certo da qualche parte: forse dietro quell’ampia curva della strada di campagna, in cui si percepisce l’ariosità del mare; dopo quel muro, dove rimbalza un pallone; nel Caffè luminoso, che aspetta gioiosi ritorni; fuori dalla finestra aperta di quella stanza povera e spoglia; davanti agli occhi o alla mente di quelle figure immobili con le mani affondate nelle tasche o giunte dietro la schiena che attendono, appunto, assorte.

E’ per questo che nelle sue opere ogni cosa, per banale che sia, afferma la dignità del proprio valore esistenziale. Il pennello e la tavolozza dell’artista, ma così pure un comune sacchetto di plastica. E naturalmente ogni figura umana, e non solo quella: anche l’ambiente, o semplicemente lo sfondo, nel suo insieme come nei tanti particolari che lo compongono. Isolati, questi potrebbero pretendersi opera d’arte a sé stante, talora persino con proprio distinto linguaggio pittorico. Sono ricondotti invece dall’artista in quell’unità complessa, intimamente molteplice, con interni contrasti, che è propria di ogni individualità, della sua identità vera.

Così lo sfondo, l’ambiente diviene protagonista tanto quanto il soggetto ritratto: delinea l’atmosfera, esprime lo stato d’animo che muove l’artista e che si rivela nella sua opera. Talora il soggetto si confonde e immedesima con l’ambiente, elementi entrambi di un medesimo vissuto: come in quel Caffè San Marco che ho davanti a me sulla parete, dove la giacca scura dell’uomo che legge seduto al tavolino non si distingue più dal nero schienale imbottito e la sua testa calva quasi si sperde nel giallo della parete.

Si tratta di un quadro di metà anni Settanta, estrema stagione dei Caffè triestini, dei loro antichi frequentatori abituali, vecchi o giovani che fossero: vi venivano come a un posto tranquillo e discreto, per leggere, studiare, incontrare qualcuno, senza farsi notare. Quella stagione è finita; da tempo Rosignano dipinge Caffè vuoti. Credo non gli interessino quei pochi o tanti che vi vengono ora, spesso solo per curiosità o per moda: a ben vedere, presenze estranee a quei luoghi, visitatori casuali, poco più che turisti. Ma quei suoi Caffè vuoti sono sfavillanti di luci e di colori, pronti alla festa che verrà, con la nuova stagione: perché sono certi che la nuova stagione verrà, e così pure la festa, gioiosa. Come il Carso d’inverno, che pre-sente la primavera. Basta sapere attendere: qualcosa verrà.

Non si danno soluzioni di continuità: quell’attesa lega il passato al futuro, fa “durare” il presente e con ciò gli insegna il valore delle piccole cose. Nel frattempo. Perciò non importa poi molto se quel che verrà dopo sarà meglio o peggio: sarà comunque qualcosa. Qualcosa di vivo, e dunque meritevole d’essere vissuto. Profondamente, nella vita di ogni giorno, nella quotidianità che ci accompagna circondandoci di affetti, sentimenti, sollecitazioni, fatiche, gioie e dolori: cose comuni a tutti e particolari per ciascuno. Degne perciò del rispetto e dell’attenzione di un artista.

Così fa Rosignano, osservatore sensibilissimo della realtà che lo circonda, uomini e cose: li ritrae sforzandosi di coglierne l’intima verità.. Per ricollocarli in quel suo mondo pittorico, tanto prossimo al mondo reale, a quella quotidianità nelle cui pieghe egli ricerca ciò che pur sempre vi è di vitale, di propriamente e tenacemente umano.

Giorgio Negrelli

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