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Fiera letteraria

 

Espone in questi giorni a Genova una serie di recenti opere pittoriche e grafiche e presenta contemporaneamente nella sua città tempere e disegni Livio Rosignano, triestino di origine istriana. Operoso da oltre venticinque anni, egli è tra gli artisti più significativi della “generazione di mezzo”, da tempo affermato a livello nazionale.
I vecchi caffè triestini (un capitolo emblematico dell’antica civiltà cosmopolita della città), le osterie, caldo rifugio di un’umanità che si confessa nel colloquio ma più ancora nei silenzi, le strade – popolate popolate della piccola gente di ogni giorno – l’atelier, i luoghi di lavoro, gli angoli consueti del suburbio, il paesaggio tra i moli e il Carso: tutto questo rivive nella rappresentazione di Rosignano “maestro della realtà”, con accento indimenticabile. Per non parlare delle nature morte, umili nella materia ma trasfigurate, dalla rivelazione della luce, in brani di alta poesia, e dei ritratti, dai raggiungimenti spesso assoluti
.Luciano Budigna, che in un suo acuto saggio si è rifatto tra l’altro alla matrice socioculturale della pittura di Rosignano, scrive. “Il più grande periodo di intendere ed esercitare la pittura come una galleria di ritratti e una rappresentazione di ambienti è indubbiamente quello di far scadere il mezzo espressivo nella illustrività o nella letterarietà. Va detto subito che da tale insidia questo artista si è ampiamente salvato fin dalle sue prime prove artistiche, e si è salvato in un modo che oggi appare quantomai interessante dal punto di vista culturale: anticipando, cioè, di non pochi anni certe soluzioni linguistiche baconiane e, in genere, neofigurative.


 

Nelle ultime opere di Rosignano i personaggi emblematici ed i luoghi deputati della sua “ piccola patria “ sembrano aver perduto ogni traccia, ogni sospetto di caratterizzazione limitativa, per assurgere a una universalità estetica e morale che, nelle componenti della loro irremeabile solitudine, della loro silenziosa tristezza, della loro rassegnata dignità esistenziale, si pongono come struggente documento della nostra attuale condizione umana”.
Rosignano è stato, nel 1974, tra i segnalati del “Bolaffi” nella scelta di Garibaldo Marussi (artista ricco di forte carica emotiva, che sa realizzare in termini di pittura situazioni contradditorie della vita contemporanea”), il quale ha detto, in altra occasione, di lui:”E’ la sua, la storia di un artista che crede ancora nei valori della pittura: di lui vanno sottolineate la dirittura morale, il cosciente e insistente senso della disciplina necessaria per sfuggire alla genericità, la tensione poetica e il fermo attaccamento alla enucleazione di un rapporto meditato con le cose del mondo e della vita. Pur essendo la sua arte di natura strettamente e profondamente veneta, la sua cultura e le sue preferenze si muovono in qualche modo nell’ambito delle ricerche e della moralità di un Mafai o di un Moranti.
Dovunque respira un profondo silenzio, come un vuoto d’aria, nel quale d’improvviso s’accende lo squillo di un rosso, che dà il registro del quadro, dall’architettura sempre impeccabile, senza mai uno squilibrio, una caduta”.
E i giudizi non si discostano da quanto scriveva a Rosignano stesso, in coincidenza con una recente personale, il poeta Biagio Marin, in una affettuosa lettera – presentazione:” Questa pittura è realtà d’animo rappresentata con quasi nulla, e sempre per accenni; eppure parola efficace… Ci sono in essa anche degli oggetti, ma velati: nuclei di luce che già comincia a stemperarsi, a farsi… Si direbbe, in un processo di alleggerimento, di dissoluzione di ogni corporalità. Tutto è trasfigurata atmosfera vagante di sogno. Ritegni, castità, pudore, sono l’animo del poeta; chè,
Rosignano è innanzi tutto poeta, e sa la responsabilità della parola, del suono, del ritmo”Rosignano è da sempre un disegnatore accanito; da qui ci sembra dunque di dover iniziare il breve colloquio con lui, e gli chiediamo:
D: Come motiva questa sua fedeltà al disegno immediato ed esenziale?
RQuesto, tanto per dare una risposta articolata alla domanda,anche se più giusta ed immediata sarebbe stata forse una semplice, decisa negazione”. + :”Oggi, come forse mai nel passato, c’è una fioritura e un interesse eccezionali per la calcografia; nonostante questo – o proprio per questo – il disegno, più di quanto non paia, viene trascurato. Risalire ai perché, indagarli, ci porterebbe lontano, e magari ci impantaneremmo in diatribe amare.Il disegno, invece, appare a me insostituibile: parliamo di un disegno che permetta di seguire passo a passo l’iter di un artista, che ne segni le vibrazioni, gli sbandamenti, gli entusiasmi, che integri la sua visione creativa.Disegno che deve risultare diario appassionato, confessione, gioco, ironia, ghiribizzo…
E sempre con il conforto (e il terribile confronto) della grande strada maestra che è la natura, che è il vero. Come si può “interiorizzare”una realtà se non vi ci accostiamo cercando di capirla, amarla, soffrirla? E quale migliore mezzo che il disegno? Il fatto di trovarsi davanti al foglio bianco, nella concentrazione più completa, e tentare di cogliere una sagoma, di “rubare” un atteggiamento più “vero e totale”, è già un atto d’amore, di partecipazione;del quale, oggi come oggi, si avverte davvero, mi sembra, il bisogno”
D; Passando al suo lavoro pittorico, sono riconoscibili in esso delle “svolte” marcate o vistose?
R: “A volte le apparenze – anche le più smaccate – sono, in realtà, dei momenti o interlocutori di un unico discorso. Naturalmente solo l’autore – o, magari, chi gli è vicino senza distrazioni e con affetto – può “leggere” e testimoniare che quando l’artista è impegnato davvero (non per seguire una determinata corrente di moda. In altre parole, impegnato con se stesso ) è difficile che la linea di continuità venga meno.
D: Come si configura la sua recente produzione, documentata con forte evidenza anche nell’ampia “personale” di qualche mese fa nella sua città?
R: “Ho avvertito, soprattutto in questi ultimi tempi, il bisogno di “bloccare” un tantino di più le mie figure di uomini inserite sia nel paesaggio che in ambienti di atmosfere rarefatte o, più semplicemente, isolate in uno spazio di solitudine. Il fatto, poi, che il colore risulti – di volta in volta – sfocato oppure privo di accensioni, che la figura appaia più o meno allineata, che la composizione risulti più o meno sorvegliata, dimostra la mia ricerca per avvicinarmi quanto più possibile ad un punto ideale, che vale ovviamente come obiettivo e non esaurisce certo i momenti interlocutori cui accennavo.
Aggiungerò ancora che la mia ultimissima produzione è caratterizzata, in una certa misura, da quadri di piccolo formato, per ragioni, dirò, meramente “accidentali”. A me, del resto, che non sono mai stato un pittore osservante di “operazioni di stile”, - e che non ha il timore di apparire in qualche modo compromesso con la tradizione – non può importare che il quadro sia enorme e minuscolo. Mi preme unicamente che i miei lavori siano lo specchio della mia coscienza, dei miei interessi spirituali, perché il pittore (concetto ovvio fin che si vuole, ma sempre valido) ha solo da dipingere e scavare , malgrado tutto, sempre e ancora dentro di sé, senza preoccuparsi programmaticamente di incarnare e propugnare nuovi verbi”
.Rosignano, che nutre una convinzione profonda nei presupposti umani e morali della sua opera, ne ha altrettanta nella scabra eloquenza delle enunciazioni sincere. Ecco perché preferisce sovente presentare da sé – con poche righe, fuori da ogni elucubrazione – le proprie opere e, così facendo, ripete, con coerenza esemplare, un suo chiaro “atto di fede”. Parlare e scrivere come si dipinge, vivere e creare come si sente, ricordare e meditare come la propria coscienza detta.
Ecco allora che quando, nei “Dieci pittori triestini” – una serie di “ritratti” che hanno lo stesso “spessore” e qualità dei suoi ritratti pittorici
Rosignano ricorda dieci maestri di Trieste, anziani e più giovani, scomparsi nel corso di questi anni, con i quali egli ha avuto maggiore dimestichezza e ( in molti casi ) un intenso sodalizio, spirituale, fanno capolino, tra le righe, molte affermazioni che a quell’”atto di fede” riportano
Vale comunque, per Rosignano, quanto – in questo libretto denso di “pietas” e di acutezza insieme – egli dice del “suo” Vittorio Bergagna, uno dei “poeti” più alti di una grande stagione della pittura triestina:” Andava a caccia di forme e colori, sempre in ogni occasione, perché era uno di quelli che lavorano anche quando non dipingono. E dipingeva per amore della pittura”.
Carlo Ulcigrai .

 

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